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Critica

  • “Una linea irrefrenabile percorre, incide e rafforza la continuità di lavoro di Stefania Scarnati. E’ una linea vitale, spirale di sentimento intimo, vocalità pulsante animata nelle anse di voluttà esistenziale, di fremito palpabile, di anelito all’eccelso ideale oltre la misura e oltre la quota della realtà. Simbolo e surreale si coniugano nelle volute di inconscio librate nello spazio di sogno e libertà. Le tensioni diagonali oppure le sedimentazioni in verticale sottolineano la scansione progressiva di emotività profonda, radicata nel tempo e proiettata al futuro. All’inizio, e per anni intensi, furono percorsi astrali, nastri tracciati nello spazio, comete di luminosità siderale. Evolvevano proiettate all’infinito, fonti di spontaneità come fenomeno naturale, tendevano a superare il perimetro dello spazio e proseguire indomite oltre i confini della tela. Veleggiavano assorte eppure felici nella sinuosità musicale di andamento armonico e costellavano la visione nella modulazione cromatica di stupore e mistero. Era pittura e sanciva vibrazione di scatto, movimento e corporeità di quel nastro irrefrenabile oltre le vette del cielo. Eppure lo spazio dipinto e la densità della cometa attendevano, chiedevano o preludevano, ben altro volume. Cammina cammina Stefania Scarnati incontrò un giorno un polimero che si aggirava per fabbriche ed aziende con grande dignità professionale ma ambiva a nobiltà culturale. […] Decise di transitare dalla chimica dei colori alla chimica del nuovo materiale, affrontò altri strumenti di lavoro, apprese nel dialogo con la materia i segreti di una modellazione ben diversa dal consueto rapporto con carta, creta e gesso. E non si pentì. Ora quella linea irrefrenabile ha conservato l’anima e ha conquistato il volume per correre nello spazio e occuparne porzioni con felice libertà. La linea è diventata corpo, materia e scultura. I filamenti ora sono traccia tangibile. Si delineano come sedimentazione di realtà, come reperto di tempo e civiltà, testimoniano presenza e creatività, alludono a origine e futuro. Si accumulano nella continuità di linea e movimento come stratificazione della storia o trascrizione di codice genetico. Divengono racconto o suggestione esistenziale, dalla linearità al nodo, dal groviglio allo scatto di nuova determinazione, dalla linea ascensionale alla palpitazione dell’attesa”.

Claudio Rizzi, Milano 2004

 
 

  • “Il tema del nastro (nastro luminoso, nel senso che si presta a interpretare raggi e scariche di luce) permane nell’attività scultorea di Stefania Scarnati, e come procedimento e come effetto: soprattutto quando si osservi che le sue recenti sculture sono deliberatamente nastriformi, senza perdere, nonostante ciò, la loro consistenza tridimensionale. Ella si impegna preferibilmente in modellazioni plastiche che fanno assumere alla materia una pastosa morbidezza come di stoffa; tanto più questo effetto si fa intenso e vibrante, percorso da un’animazione vitale, nell’uso del materiale plastico con il quale l’artista ora si cimenta con passione.

Si tratta di tecnopolimero, che la impegna in un’esecuzione veloce perché è necessario lavorarlo fin tanto che non si raffredda. Dalle sue mani escono così oggetti decorativi, quando non veri e propri gioielli, con una predilezione per le strutture circolari – che siano ad anello o cilindriche – : morbidi e scattanti ad un tempo, arricciolati ma insieme potenti.

In questa passione che l’artista, padrona di svariate tecniche, mostra per materiali nati dalla cultura tecnologica, è giusto leggere una sua intensa identificazione con la realtà presente; che è insieme la certezza dell’avvenire dell’arte, dove la creatività non è attutita dai nuovi procedimenti tecnici e da nuovi strumenti, e che si pone al di sopra di ogni tradizionalismo, senza obliterare lo stimolo culturale e fantastico del passato. Tanto è vero, a questo proposito, che le strutture a colonna cilindrica, appena modellate plasticamente, richiamano stele archeologiche di remoti paesi”.

Rossana Bossaglia, saggio critico. Milano 2002

 
 

  • Galleria 111 A. Miroglio – “Gioielli Sculture”, Milano 2001

“ […] Stefania Scarnati impiega ancora il suo materiale prediletto, il tecnopolimero, inteso come una scultura in miniatura – in libera caduta a nastro pieghettato – come nelle sculture. Solo che ne escono collier, ciondoli, coccarde luccicanti con dentro pietre luminescenti […] ”

Maria Campitelli

 
 

  • Galleria Porta All’Arco – “Luci e Ombre di un Immaginari Percorso”, Siena 2000

“A Stefania Scarnati, proprio per il fatto che i segni divengono sogni, immagini e ritratti, non sta a cuore il movimento fine a se stesso, ma lei, e per lei, il movimento diviene un immutabile generatore di forme, una continua matrice trasformatrice dell’ambiente e della natura, che ella pare concepire come perfetta unione e fusione tra cosmo e terra, tra spirito e materia, tra forma e sostanza. Contrariamente a quanto la prima percezione visiva potrebbe indurre a pensare, i vitali dipinti e le fascinose e affascinanti sculture della Scarnati non sono realizzazioni geometriche, meramente intese, ma traggono dalla geometria il frutto poetico e la capacità rappresentativa, di linee e piani fusi da intersezioni, stratificazioni, sovrapposizioni, dove la luce assume iridescenti apparenze, per diffondersi in soffuse dinamicità e velate morbidezze….”

Luciano Lepri

 
 

  • Museo di Badia Isola – “Percorsi e Soste alla ricerca della Luce”, Monteriggioni (SI) 2000

“ […] La Luna è simbolo della conoscenza indiretta, discorsiva, progressiva, fredda. Astro delle notti, con cui la Scarnati evoca metaforicamente la bellezza ed anche la luce dell’immensità tenebrosa. Ecco il mito della Luna che ha accompagnato l’uomo in ogni spazio del globo, (e che accompagna l’artista) che ha caratterizzato e caratterizza vita, costumi, religioni, credenze e arte, di nazioni e popoli, dall’inizio della apparizione dell’uomo sulla terra ad oggi. … Così Stefania Scarnati affronta il mito della Luna, dolce e delicata “falena” della notte, attraverso i colori della sua tavolozza, l’essenzialità di una grafica precisa ed invidiabile, una infinita poesia fatta di incanti e incantamenti….”

Gilberto Madioni

 
 

  • Galleria 111 A. Miroglio – “Idee da Toccare”, Milano 1999

“ […] Questi e altri pensieri ci fanno visita davanti alle opere di carta, in tela, in polimero di Stefania Scarnati. Qui la geometria del Novecento è già fantascienza, il nastro – sogno costruttivista -. Costruito anche il cosmo. E noi abbiamo femminilmente questo universo solido. Tuttavia il Novecento ci ripropone il concetto italico universale – quello della metafisica. Ed ecco che il senso della piazza–teatro italiana, lo spazio onirico-filosofico di Piero riempie la mente, quindi diventa protagonista dell’opera della Scarnati, donna determinata come spesso sono le donne-artiste: più del lecito, resistenti oltre natura […]”

Evelina Schatz

“ […] Stupisce la proliferazione delle forme, dettata anche dalla necessità di una lavorazione rapidissima, prima che il polimero asciughi e solidifichi. E’ come se una foga ossessiva s’impadronisse dell’artista obbligandola ad uno straripante andirivieni di una forma allungata, un nastro, che di continuo ripiega su se stesso abbracciando e inghiottendo in parte, le superfici più disparate, dal vaso al bicchiere, dal piatto alla statuina al portaombrelli; cioè forme preesistenti che vengono assalite e trasformate da quest’impeto creativo dirompente, che sgorga come lava inarrestabile, rendendo l’oggetto, anche il più banale, scultura smagliante che brilla del rosso lacca, o del bianco di neve, o del nero dell’ebano […]”

Maria Campitelli

 
 

  • Galerie Le Patio, Nizza 1998

“….Un’acqua–spazio verso la quale volano e veleggiano oggetti in libertà, vele che potrebbero essere alianti, ma anche boomerang, forse per poter tornare all’artista che ripetutamente li rilancia, traducendoli in palloncini volanti, o in aquiloni dalle forme flessuose. Al di là di Valichi invalicabili, eppure aperti, disponibili, sempre meno asettici, perché l’acqua, non più spazio freddo ma fluido, creativo, generante, imprime loro una caratteristica diversa, più avvicinabile, più umana, più terrestre, più…femminile…”

Lucio Martelli

 
 

  • Palazzo Sormani – “La luce lo spazio”, Milano 1995

” […] Volendo fissare un titolo che sintetizzi il modo di operare di Stefania Scarnati, affiora spontanea la definizione: Sogni di un agrimensore poetico.
Agrimensore poetico in quanto, nelle opere dell’artista, si evidenzia una costruttiva misurazione di spazi, calcoli capaci di delineare volumi mossi da una sensibilità, dettata, questa, non da spirito di geometria ma da una ricerca sorretta da una visione che intuisce – o sogna – forme inconsuete, seguendo regole rinnovatrici nel modo d’essere delle trasfigurazioni e delle solidità. Perché è evidente la saldezza delle invenzioni di Stefania Scarnati.
Effigia, le sue, passate attraverso un filtro onirico che permette loro l’assunzione di significati non appartenenti al mondo dell’esperienza quotidiana (geometrico).
Immagini trasformate appunto in agrimensura da una sicura capacità espressiva; attitudine, questa, che sa sconfinare in una musicalità diversa, suonata con ritmi e vuoti, affascinanti per l’occhio piuttosto che per l’orecchio, come può succedere quando si riesce a far emergere segni, forme e volumi altrimenti sommersi dalla liquida memoria dei sogni.

Gian Franco Grechi

“ […] La concezione dello spazio costituisce uno dei momenti più importanti della riflessione immaginativa e dell’operazione espressiva di un artista. Si tratta di un problema, del resto, che attraversa tutta la storia dell’arte restando per certi versi sempre irrisolto, pur nelle numerose e più libere declinazioni formali che le avanguardie artistiche del secolo hanno dato all’apparizione delle immagini. Stefania Scarnati non sfugge alla necessità di fronteggiare e risolvere questo problema e la fa costruendo con una architettura affatto personale le sue immagini che sembrano infatti in bilico tra una ambientazione di sapore surrealista ed il rigore di riferimenti spazialisti…”

Enzo Di Martino

 
 

  • Galleria LaSfera, Milano 1995

” […] Stefania Scarnati è una di quelle poche artiste che hanno saputo e voluto creare un unico universo per la ricerca nelle tre direzioni che l’arte propone: pittura sculture incisione. In ognuno di questi campi lei ha un unico filo conduttore, una precisa poetica che sviluppa come uno scrittore farebbe nel lungo racconto di un romanzo…..

Antonio Carbè

 
 

  • Palazzo del Parco – “Magico Blu”, Bordighera (IM) 1994

“ […] Le opere più affascinanti sono quelle con le quinte illuminate da squarci improvvisi, o le sfere che tagliano selve di grattacieli, o le sfere che ricordano i mondi di Arnaldo Pomodoro, con tagli segreti che nascondono paludi oscure e piene di vita .O anche i dipinti dove un filo di nastri veleggia poeticamente, metafora della vita, talvolta spezzato, talvolta leggero e frammentato liberamente…. La via per un artista è sempre dura e difficile quanto più i suoi traguardi sono alti e nobili e che Stefania insegua un grande sogno è indiscutibile. La qualità del suo impegno è evidente; la sua ricerca è una sfida quotidiana, umile e rigorosa, che non si accontenta di effimere lodi…”

Gina Avogadro

 
 

  • Sala Consiliare, Basiglio (MI) 1991

” […] Così ho visto nascere alcune delle tue migliori incisioni, ti ho veduta provare e perfezionare con cura le acquetinte, ho preso a conoscere e ad apprezzare quelle tue superfici volventi…. Il tuo mondo, un mondo nel quale il ritmo – sia nella più severa acquaforte, sia nel più brillante dipinto – ha un valore predominante insieme con l’architettura della composizione, sembra suggerire un fluire continuo di pensieri e fantasie sereni e poco misteriosi: pare quasi che quei tuoi rotoli e ventagli e fogli costituiscano la scenografia aggraziata per una danza lieta….”

Marco Bottelli

 
 

  • Cappella Francescana, Noli (SA) 1991

” […] Stefania Scarnati ha molto da dire e come tutti gli artisti che hanno molto da dire, lavora infaticabilmente svolgendo la sua storia lungo un filo che ognuno può vedere se guarda la sequenza dei suoi quadri. Allora si vedono cose meravigliose che non sono solo isole, onde, sipari, baratri; sono fantasie di gioia o di dolore, di amore o di odio, di pace o di violenza, di sottomissione o di orgoglio….”

Nando Cristofori

 
 

  • Galleria Petrofil, Milano 1991

“ […] Nel caleidoscopico avvicendarsi di luci psichedeliche, Stefania Scarnati costruisce un suo mondo preciso e ben delimitato, dove il colore brilla ma non delira, la forma continuamente diviene, ma non si ribella ai dettami di un’armonia che la rinserra e le conferisce, in ogni caso, un volto. E l’ansia di ricerca si palesa non già nelle acrobazie senza senso di un funambolo, bensì nell’indagine sempre più approfondita dell’origine delle cose, biologica quanto spirituale, tecnica quanto poetica, istintiva quanto razionale, con l’unico intento di raggiungere il bersaglio di una creatività che è esplorazione della segreta matrice dell’arte….”

Mario Monteverdi

 
 

  • Centro Culturale S. Alessandro – Bergamo, 1990

” […] nel suo universo pittorico S. Scarnati procede con l’autonomia di chi sa far convivere problemi aperti, o le contemporanee presenze di elementi tra loro apparentemente opposti: tempo sospeso e tempo presente, volti umani affermati e fisionomie sfuggenti, aperture su realtà astrali e riflessioni su microcosmi quotidiani… Il divenire delle sue linee e dei suoi colori può raccontare qualcosa di tutto ciò, insieme alla sua indagine sull’affiorante mistero dell’inconosciuto…”

F. Noris

 
 

  • Club Malaspina, Segrate (MI) 1989

“[…] Il suo stile segue una lenta e logica evoluzione. Pressochè abbandonate le forme, mantenute invece, come se fossero un interiore necessità, le curve. Curve profonde, come abissi da esplorare, o morbide come leggere onde sulla spiaggia. Così, senza accorgersene, le sue raffigurazioni piacciono a tutti, senza necessità di chiedersi perché; forse perché sanno esprimere o suscitare qualche cosa di inconsio ma presente in tutti…..”

E. Sciarini

 
 

  • Galleria d’Arte Eidac – Galleria d’Arte Dolfin, Milano 1976

“[…] Si potrebbe dire che l’artista dipinge i pensieri suoi ed in parte nostri, e lo fa con una tecnica che sembra obbedire unicamente ad un dettato interiore Nel grande spazio bianco, comincia a disegnare forme che tendono a materializzare un concetto, od un frammento di immagine che è un simbolo, e poi, via via aggiunge altri elementi che si intersecano e si sovrappongono come obbedendo ad un impulso di ordine e di armonia che le consente di raggiungere accordi che possiamo definire musicali. Così, le forme simboliche si muovono in una sinfonia di colori luminosi, generalmente caldi, dorati, carichi di una vitalità che hanno assorbita dall’atmosfera….”

Dino Villani

 
 

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